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Roma, in Campidoglio, in forma assai solenne, capi di stato e governanti
delle nazioni del vecchio continente hanno sottoscritto, il mese scorso,
la Costituzione di un’Europa nuova, diversa, fatta di collaborazioni e
scambi, e di abbattimento di ogni tipo di confini, specialmente di
quelli che possono intralciare il legittimo affermarsi della democrazia
quale espressione di libertà. Belle
parole, belle speranze, belle intenzioni. Le
condivido pienamente, da quando, senza capire nulla, a scuola, mi
cimentavo sui ricorrenti componimenti che dovevano spingermi a
riflettere, continuamente riflettere,
sul mio “sentimento europeo”. E
pensare che sono siciliano, e nel mio dna
probabilmente ci sta tutto il Mediterraneo e non solo quello: insomma
sono europeo, o almeno mi sento tale, ma spero sempre che sia qualcuno a
riconoscermi, e non etichettarmi, una “europea identità”. Riconoscermi
quella, per intenderci, che Cartier Bresson concentrò nel famoso “Les
européens”, quella sulla quale pianse Bishoff, quella per la quale
rischiò Capa (dall’incredibile passaporto). Quella
spensierata (?) di Lartigue, di Doisneau, di Izis. Quella
esplicitata con intelligenza e lucidità da Berengo Gardin e quella
vista con infinito affetto da Roiter. Quella
misteriosa di Brassai e di Kertész. Quella
ricca e gaudente di Beaton e quella inquieta e bizzarra di Sellerio. Quella
d’antan di Nadar e quella
attuale dei Becher. A
questo punto avrete capito dove voglio arrivare: c’è una strada ed un
sistema per comprendere cos’è l’Europa ed i fotografi l’hanno
egregiamente segnata ed indicato per insegnare a riconoscere, ad
avvertire dov’è e cos’è Europa.
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