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Due novembre
Lo sguardo
corre tra le fotografie apposte sulle tombe del cimitero. M’accorgo che
la visione suscita una valanga d’ interessi. Ahimè, sono
cresciuto in questi anni. Anche come interprete di fotografie. Riesco a datare
le immagini senza bisogno di guardare le date riportate sul marmo. Riconosco la
foto casuale, il ritratto studiato, perfino la foto, quella foto, che è
stata voluta per la sepoltura. Poi
sopravvengono le emozioni ed i ricordi. E sono moti di tenerezza, di
sorpresa. Intanto si
accomodano i fiori e si spolvera con attenzione il ritratto fotografico
della persona cara. Che strano! Le
immagini a colori mi disturbano, contrastano con l’atmosfera,
m’appaiono volgari. Mi fermo per
ricordare a me stesso che sono in un luogo in qualche modo sacro. E dovrei
pregare. Le fotografie (che magnifica occasione per studiarle!) però
m’ossessionano. Cerco, allora,
il bambino che ero, quello che s’invaghiva di colonne spezzate,
d’angeli inginocchiati, di trecce d’alloro e bracieri perenni e che
correva cercando la tomba dell’eroe, del famoso concittadino, di
quella povera donna disgraziata di cui in casa si parlava con
discrezione.. Ma quel bambino
è lontano. Adesso guarda i
volti in fotografia, ricorda Berengo e pretende di capire qualcosa in più
sulla morte solo perché ne sa qualcosa in più delle sue
scimmiottature. Poi,
improvvisamente, un gruppo di persone, una famigliola, un padre, forse,
la mamma, due bambini si stringono attorno ad una tomba e mi chiedono di
utilizzare la fotocamera del telefono cellulare per fare loro una
fotografia: desiderano teletrasmetterla al nord, ad un loro congiunto,
per comunicare la “visita” al nonno. Obbedisco,
pazientemente ed un po’ stralunato, e poi mando al diavolo tutti i
miei pensieri.
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