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Ad
Angelo Schwarz, che gli chiedeva cosa fosse la fotografia, Mario
Giacomelli così rispondeva: “Per
me la fotografia è come una porta semichiusa che puoi aprire; è come,
magari l’immagine è più adeguata, una cicatrice, una carne che è
stata aperta, che si è rimarginata, ma si può riaprire. La fotografia,
così come la pittura e la poesia, ma in maniera diversa, mi ha permesso
di conoscere più me stesso, il che è forse più importante che
conoscere gli altri. Conoscere se stessi è da sempre un problema.
Attento però: io da solo non sarei proprio nessuno, gli altri sono
importanti, non sono però più importanti di me, ma quanto me.
Evidentemente penso che per altri la fotografia possa essere altro”. “Evidentemente penso che per altri la
fotografia possa essere altro………” E’
vero. La fotografia può, ed è, altro anche rispetto a quanto abbiamo
cercato, condiviso, sperimentato: ci appartiene intimamente eppure
quando l’offriamo agli occhi di chi ci sta accanto ecco che già ci
tradisce, si allontana, ritorna diversa. In
questi dodici appuntamenti forse ne ho sparata qualcuna molto grossa. Chiedo
scusa. La retorica del vecchio avvocato mi ha preso l’occhio e la
mano. Guardando
i mesi passati, però, ho rivisto un fremito di sdegno, anche un attimo
di paura, ed una lagrima di commozione. Insomma, qualche cosa che volevo
condividere. Proprio
Mario Giacomelli titola le sue ultime sequenze “i miei amici di
lavoro”, “i miei compagni di poesia”. Amici, compagni?. E
prima aveva detto: Da solo non sarei proprio nessuno? Ecco
che il grande fotografo, come una stella, indica la strada. Cari
Anaffini, di cui non conosco il volto, cosa fare per l’anno che verrà?
Pensate di riaprire la cicatrice,
richiuderla? Fatemi
giungere – pippopappalardo@tiscalinet.it
- le vostre proposte, le immagini “nuove”, la poesia sincera. Saranno
una risposta, un modo di contraccambiare
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