MARZO  2005




“ Sinite parvulos “

 E’ tutto così semplice!

E l’abbiamo sempre saputo.

Ci piace, però, complicarci la vita.

 La storia, infatti, possiamo studiarla ascoltando la nonna, o scavando per terra o, per chi pretende di più, in una discarica. Però, occorre chiederci cosa stiamo cercando.

Si può studiare la geografia camminando intorno al nostro quartiere o, con una bussola, andando per i campi. Ma occorre chiederci dove vogliamo andare.

Si può essere provocati a fare poesia dal “Postino” di Troisi, a scolpire osservando un bambino che gioca con la sabbia del mare, a dipingere mettendo in ordine le nostre impronte ed a fare musica ascoltando il vento.

S’impara, insomma, ad essere  bravi seguendo l’esempio di quelli che lo sono davvero. E sono tanti.

E si può fare fotografia, e bene, e con essa e di essa essere contenti, semplicemente cominciando daccapo, ab ovo.

 Da sempre ho guardato con estremo interesse all’esperienza didattica di Nino Migliori, condotta nei corsi di perfezionamento universitari come nelle scuole elementari.

Sono rimasto particolarmente affascinato proprio dagli esperimenti condotti con i bambini e qui, adesso, intendo soffermarmi su questa esperienza,  “sul valore didattico della fotografia che, sia essa un fine (produrre immagini) o un mezzo (documentare una  realtà), è capace di richiedere un continuo confronto con la natura ed il pensiero fondato sul fare. La fotografia è nel suo insieme un vedere (percepire il mondo), un pensare (concepire il mondo), un fare (trasformare il mondo)”.

 I bambini possono diventare protagonisti consapevoli di tutto ciò?

Provate a leggere il corso di alfabetizzazione fotografica che Migliori ed i suoi collaboratori ha sintetizzato in “I futurabili”, Ed. Damiani, e troverete non soltanto un’affermativa risposta ma anche la ricetta della semplicità.

Il desiderio di rappresentare, la scelta del mezzo da utilizzare, la scoperta della specificità del mezzo e, quindi, della luce e del materiale fotosensibile, impone, infatti, un percorso formativo e creativo che dalla ricerca espressiva passa al riconoscimento ed all’appropriazione di un linguaggio, fino al gesto ed al pensiero che diventa estrinsecazione, rappresentazione, confronto.

 Ma i bambini non si esprimono con questi paroloni.

 Sorpresi loro stessi dai risultati ottenuti off camera con l’impronta delle loro mani e dei loro oggetti, rilevano e rivelano il senso della realtà di cui sono fatti  i loro pensieri e, quindi, il loro mondo.

Con pochi elementi (luce, bacinelle, acidi, carta) e con un po’ di fantasia realizzano delle opere sulle quali Migliori metterebbe volentieri la propria firma.

 Già, la firma!

Io avrei qualche perplessità a firmare  la più personale di una mia digital-opera ma, ahimè, attendo con ansia insana l’ultimo programma Phot……


Pippo  Pappalardo
                                                 

                                                                                                                                     






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