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E’
tutto così semplice! E
l’abbiamo sempre saputo. Ci
piace, però, complicarci la vita. La
storia, infatti, possiamo studiarla ascoltando la nonna, o scavando per
terra o, per chi pretende di più, in una discarica. Però, occorre
chiederci cosa stiamo cercando. Si
può studiare la geografia camminando intorno al nostro quartiere o, con
una bussola, andando per i campi. Ma occorre chiederci dove vogliamo
andare. Si
può essere provocati a fare
poesia dal “Postino” di Troisi, a scolpire osservando un bambino che
gioca con la sabbia del mare, a dipingere mettendo in ordine le nostre
impronte ed a fare musica ascoltando il vento. S’impara,
insomma, ad essere bravi
seguendo l’esempio di quelli che lo sono davvero. E sono tanti. E
si può fare fotografia, e bene, e con essa e di essa essere contenti,
semplicemente cominciando daccapo, ab
ovo. Da
sempre ho guardato con estremo interesse all’esperienza didattica di
Nino Migliori, condotta nei corsi di perfezionamento universitari come
nelle scuole elementari. Sono
rimasto particolarmente affascinato proprio dagli esperimenti condotti
con i bambini e qui, adesso, intendo soffermarmi su questa esperienza,
“sul valore didattico della fotografia che, sia essa un fine
(produrre immagini) o un mezzo (documentare una
realtà), è capace di richiedere un continuo confronto con la
natura ed il pensiero fondato sul fare. La fotografia è nel suo insieme
un vedere (percepire il mondo), un pensare (concepire il mondo), un fare
(trasformare il mondo)”. I
bambini possono diventare protagonisti consapevoli di tutto ciò? Provate
a leggere il corso di alfabetizzazione fotografica che Migliori ed i
suoi collaboratori ha sintetizzato in “I futurabili”, Ed. Damiani, e
troverete non soltanto un’affermativa risposta ma anche la ricetta
della semplicità. Il
desiderio di rappresentare, la scelta del mezzo da utilizzare, la
scoperta della specificità del mezzo e, quindi, della luce e del
materiale fotosensibile, impone, infatti, un percorso formativo e
creativo che dalla ricerca espressiva passa al riconoscimento ed
all’appropriazione di un linguaggio, fino al gesto ed al pensiero che
diventa estrinsecazione, rappresentazione, confronto. Ma
i bambini non si esprimono con questi paroloni. Sorpresi
loro stessi dai risultati ottenuti off
camera con l’impronta delle loro mani e dei loro oggetti, rilevano
e rivelano il senso della realtà di cui sono fatti i loro pensieri e, quindi, il loro mondo. Con
pochi elementi (luce, bacinelle, acidi, carta) e con un po’ di
fantasia realizzano delle opere sulle quali Migliori metterebbe
volentieri la propria firma. Già,
la firma!
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