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Ritratto
di gruppo con follia
Nei giorni passati, ogni qualvolta
abbiamo parlato di fotografia,
del suo uso ed abuso, regolarmente siamo stati costretti ad
aprire occhi, intelletto e cuore sull’impresa di quattro
imbecilli
che si sono autoritratti, con minuscole fotocamere digitali,
mentre, più o meno allegramente, torturavano e seviziavano
uomini che avrebbero dovuto rispettare, aiutare, difendere.
Siamo
rimasti perplessi. Maledetta fotografia?
Oppure benedetta se, almeno così,
tali nefandezze sono venute a galla!
Ci
siamo pure chiesti ed a lungo: perché hanno fotografato?
perché hanno deliberatamente voluto lasciare una traccia,
un indizio, un’impronta, un “ricordo”?
Come
risposta abbiamo solo lo sbigottimento provocato dalla visione
e dalla considerazione dei risultati di queste fotografie.
Per il resto non troviamo alcun bandolo buono
nella matassa di pensieri che affolla la nostra testa di fotografi
buoni.
E pensare che in questi anni ci siamo battuti contro i fotografi
creatori sfrenati d’immagini, segretamente iconoclasti non
perché distruttori d’immagini ma perché fabbricatori di
una profusione dove non c’è niente da vedere,
dove al più c’è solo una traccia di ciò che è scomparso.
In
queste immagini, stupidamente vaganti in Internet,
è scomparsa di certo la pietà, il senso di vergogna,
il rispetto della dignità della persona umana.
Ma
non doveva essere scomparsa anche la guerra,
la violenza, la follia?
Tocca a noi, allora, riprendere la missione di Luigi Ghirri,
e ridare vita, mediante la luce, al mondo inanimato e
“dare al nostro sguardo sul mondo un altro sguardo successivo,
per non dimenticarlo, per capirlo o,
forse, solo per la gioia di rivederlo”.
Pippo Pappalardo
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