GIUGNO   2004



      Ritratto di gruppo con follia

Nei giorni passati, ogni qualvolta abbiamo parlato di fotografia, 
del suo uso ed abuso, regolarmente siamo stati costretti ad 
aprire occhi, intelletto e cuore sull’impresa di quattro imbecilli 
che si sono autoritratti, con minuscole fotocamere digitali, 
mentre, più o meno allegramente, torturavano e seviziavano 
uomini che avrebbero dovuto  rispettare, aiutare, difendere.

Siamo rimasti perplessi. Maledetta fotografia? 
Oppure benedetta se, almeno così, 
tali nefandezze sono venute a galla!

Ci siamo pure chiesti ed a lungo: perché hanno fotografato? 
perché hanno deliberatamente voluto lasciare una traccia, 
un indizio, un’impronta, un “ricordo”?

Come risposta abbiamo solo lo sbigottimento provocato dalla visione 
e dalla considerazione dei risultati di queste fotografie. 
Per il resto non troviamo alcun bandolo buono 
nella matassa di pensieri che affolla la nostra testa di fotografi buoni.

E pensare che in questi anni ci siamo battuti contro i fotografi 
creatori sfrenati d’immagini, segretamente iconoclasti non 
perché distruttori d’immagini ma perché fabbricatori di 
una profusione dove non c’è niente da vedere, 
dove al più c’è solo una traccia di ciò che è scomparso.

In queste immagini, stupidamente vaganti in Internet, 
è scomparsa di certo la pietà, il senso di vergogna,
 il rispetto della dignità della persona umana.

Ma non doveva essere scomparsa anche la guerra, 
la violenza, la follia?

Tocca a noi, allora, riprendere la missione di Luigi Ghirri, 
e ridare vita, mediante la luce, al mondo inanimato e 
“dare al nostro sguardo sul mondo un altro sguardo successivo, 
per non dimenticarlo, per capirlo o, 
forse, solo per la gioia di rivederlo”.


                                                                                                                                                                  Pippo Pappalardo

 






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