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Nasce
il Museo della Fotografia Storica e Contemporanea I soci A.N.A.F. realizzano l’ambiziosa impresa in collaborazione con
le istituzioni, con i fotografi, i collezionisti e gli studiosi. “Sia lode ora agli uomini di fama” (J. Agee / W.
Evans) Sono
passati poco più di due mesi da quando ricevemmo la notizia della
disponibilità d’adeguati locali, in Caltagirone, dove allestire il
Museo della Fotografia Storica e Contemporanea. Lanciammo allora, ai
soci ANAF ed a tutti gli amici della fotografia, un “s.o.s.”, quale
allarmata richiesta di soccorso nella quale vi comunicavamo la necessità
d’aiuto e di collaborazione. Concepire e realizzare un Museo, di
qualunque genere, richiede, infatti, ingegno ed esperienza. Oggi,
avendo realizzato buona parte di questo lavoro, avendolo solennemente
inaugurato e reso disponibile alla cittadinanza, guardando indietro,
possiamo dire di essere stati (anche) fortunati. Dobbiamo,
infatti, riconoscere che, di là dai tempi assai ristretti di
realizzazione e dell’importo finanziario messo a disposizione (i soldi
non bastano mai ancorché siamo stati bravi nel farne avanzare ed
ancorché altri progetti siano in cantiere), abbiamo avuto sempre dalla
nostra parte la totale adesione della Provincia Regionale di Catania che
ha messo a disposizione i locali di un’ex Caserma dei Carabinieri;
l’Azienda Provinciale per il Turismo di Catania che ha sopportato gli
oneri finanziari d’allestimento; l’intelligente ed esperta opera di
direzione, collaborazione e sostegno del dott. Attilio Bruno,
funzionario dell’Amministrazione Provinciale con specifica delega
all’organizzazione e tutela della rete dei musei per l’intera
provincia etnea che, istituzionalmente, ha fatto il resto. Su
questi capisaldi è cresciuta e si è sviluppata la fattibilità del
Museo. L’A.N.A.F.
è stata, quindi, riconosciuta competente in materia fotografica; le è
stata accordata fiducia ed è stata giudicata capace di allestire non
solo grandi eventi fotografici ma addirittura un Museo della fotografia. La
Galleria L.Ghirri di Caltagirone, conseguentemente, è divenuta
l’imprescindibile centro di riferimento organizzativo e culturale.
Adeguatamente supportata da consulenti del calibro di Antonio Giuffrida
per quanto riguarda la parte tecnica e strumentale, di Franz Riccobono
per la parte specifica del collezionismo e dell’antiquariato, di
Giovanni Carabalone per l’impianto storico ed espositivo, del
fotografo e grafico Orazio Russo per l’ideazione visiva delle
strutture didattiche e didascaliche, la Galleria Ghirri ha consegnato
alla Provincia di Catania un piccolo gioiello, un “clic”, che si
congiunge alla serie dei Musei realizzati dall’Amministrazione
Provinciale in questi ultimi anni e che completa, come ha giustamente
ricordato Fabio Roccuzzo, Consigliere Provinciale del calatino, la
dotazione museale di Caltagirone, già ricca di Musei regionali (quello
assai prestigioso della ceramica diretto dalla dott. Cilia) e di Musei
Civici (quelli egregiamente diretti dal dott. Amoroso che ne ha aperto
gli spazi ad esperienze artistiche d’assoluto valore). Al
di là delle naturali differenze di idee - in fatto di giudizio ed
apprezzamento in campo fotografico - i suddetti signori hanno fornito a
Giacomo Adamo ed a Sebastiano Favitta l’eccellenza delle loro capacità
professionali ed artistiche consentendo di trasformare un piccolo
capitale di idee in un concreto scrigno pieno di testimonianze e
proposte: domani, chi entrerà al museo ne uscirà con gli occhi pieni
di idee oltre che di immagini ed il Signor Sindaco di Caltagirone, prof.
Pignataro, meritatamente potrà aggiungere ancora un sorriso di
soddisfazione per quanto la sua Caltagirone dà alla fotografia e quanto
ne riceve. Avevamo
pensato, dapprima, ad un museo che guardasse allo strumento ed
all’arte fotografica come una raccolta delle sue innumerevoli
applicazioni: per darvi un’idea, volevamo dare spazio alle cabine
fototessera, alle endoscopie, ai fotofinish, agli autovelox ed ai
telefoni cellulari capaci di fotografare
e trasmettere immagini. Ma
in queste idee non c’era la modernità dello strumento quanto,
piuttosto, l’odierna applicazione delle risorse fotografiche. Noi
cercavamo qualcosa d’altro. Volevamo
spiegare e far capire la fatalità dell’invenzione della fotografia,
la necessità del suo apparire e, dell’apparire, proprio in un certo
periodo, in un tempo che aveva bisogno di essere rappresentato proprio
attraverso questa nuova realtà. In questa rivista, tempo fa, segnalammo
la lettura di uno straordinario testo di Diego Mormorio - Un'altra
lontananza”, Sellerio -, che, riprendendo il termine saviniano di
“fatale invenzione”, spiegava benissimo quel che noi, adesso,
abbiamo inteso realizzare
nel Museo. Ma
ancor più - ci corre l’obbligo di dirlo - ci ha convinto, mi ha
convinto, una gita a Palermo, una visita a casa dell’amico Mirisola. Passando
piacevolmente qualche ora nella sua casa-museo, nel suo
laboratorio-officina, tra un video di
computer aperto sul sito “Gente di Fotografia” e le pareti
che parlavano di incontri-snodi esistenziali con gli amici fotografi
Giacomelli, Koudelka e C., il dott. Vincenzo mi introduceva alla visione
di dagherrotipi, ferrotipie, stampe al collodio, vecchie albumine. Mi
faceva, insomma, penetrare in quel mondo ottocentesco - così ben
ripreso nel suo ultimo libro, “La Sicilia del Grand Tour” - quando
comprare un album fotografico presso il famoso artista locale era come
trattenere il senso di tutto un viaggio. Durante il colloquio scoprivo
che la conoscenza della qualità del
materiale collezionato si
coniugava con la necessità di possedere “storicamente” la
consapevolezza di ciò che la fotografia era stata: la carta da visita,
le fotoincisioni, stavano là per dirci dello stupore della ricezione
visiva prima ancora della scoperta dell’artisticità dell’esperienza
fotografica. La
lettura di Mormorio da una parte ed
il prezioso scambio di idee con Mirisola dall’altro, ci hanno
spinto ad imboccare un criterio storico filologico da utilizzare come
impianto sul quale sviluppare il nostro museo. Un Museo, badate bene, e
non un Archivio (per quanto, attrezzandoci bene, studiando e
ristudiando, con l’indispensabile collaborazione delle istituzioni
regionali preposte alla conservazione e tutela del patrimonio
fotografico, potremmo tentare anche quest’impresa). Poi,
siete arrivati voi, cari amici, cari soci ANAF. Siete
stati voi che con le vostre donazioni disinteressate e con il vostro
gesto di collaborazione e di incoraggiamento, ci avete fatto capire che
non eravamo soli in questa impresa. E’ bastato parlarne ed
all’improvviso le idee sono affiorate
una dopo l’altra. E lo spazio diventava poco, ed i progetti
diventavano tanti. E
soprattutto siete stati voi con le vostre opere a farci comprendere come
“lo spazio del contemporaneo”, quell’universo infinito in cui
immergiamo il nostro occhio fotografico, mirabilmente si congiungeva con
quello spazio e quel tempo sigillato tra carte salate e stampe al
carbone. Un
Museo, dicevamo, e non un Archivio. Un Museo dove accorgersi che tra la
caverna di Platone, l’odéon greco, la prospettiva di Brunelleschi, la
camera oscura dei pittori rinascimentali, le invenzioni di Daguerre,
Niepce, Bayard, Talbot, il cinema, la televisione e, poi, il buco della
chiave, lo specchio di Alice o il riflesso di Narciso, lo spazio,
concettuale o reale, è poco e piccolo. Ma occorre spiegarlo e capirlo. Se
leggendo queste mie righe, tutti voi cari amici che ci avete aiutato, a
volte in forma ingenua e sbagliata,
siete un po’ orgogliosi di quanto è stato realizzato, ebbene avete
capito il senso di questa mia presentazione: abbiamo messo insieme
esperienze qualificate come le immagini ed accostato reperti di memoria
e di testimonianza. Se qualcuno ci dirà “bravi” io, ringraziando,
penserò che questo riconoscimento di bravura vi apparteniene. E
concludo: ho cercato un’idea che potesse rendere concreto e visibile
questo mio ringraziamento e credo di averla trovata. Qui
di seguito i nomi degli “autori” le cui opere sono esposte in
mostra: tutti insieme. Marville, Righi, Naya, Firth, Antonio
Beato, Anderson, Chaufforier, Brogi, Alinari, Rubellin, Sebah, Rejasen,
Bonfils, Zanghaki, Scowen, Sommer, von Gloeden, Nadar, Disderi, D’Alessandri,
Macpherson, Crupi, T.Leone, D’Agata, Lehnert, Landrock, Philpot, La
Mantia, Gritta, Abrham, Nicotra, Carrel, Luxardo, Bragaglia, Galdi,
Fenton, Giacomelli, Meyerowitz, Chiaramonte, Salgado, Carli, Renzi,
Carlisi, Corti, Melchiorri, Cutini, Berengo Gardin, Villa, Renzi,
Mirisola, S.Valenti, Di Guardo, Adamo, Brunetti, Antonioli, Rive,
Pitrone, G.Leone, Gambino, Di Stefano, Gualtieri, Massari, Giaramidaro,
Frixa, Licciardello, Pagano, Incorpora, Interguglielmi, Malfetti,
Carlisi, Siracusa, Enzo Bevilacqua, M.Valenti, G. Catellani,
Bongiorno, Nicosia, Favitta, Mangione, Scalia, Borgna, Calì,
Erwitt, Gaberthuel, Zzaven,
etc… etc.. insieme agli amici e soci che hanno donato strumenti ed
attrezzature: G. Adamo, M.
Antonioli, S. Barbagallo, G. Catellani, A. Condorelli, M. Corti, C. Di
Guardo, G. D’Urso, S. Favitta, A. Giuffrida, F. Latteri, N. Mugavero,
G. Pappalardo, M. Tanzi, E. Zanni, A. Zzaven.
Sebastiano Favitta
* *
* Perché
un Museo della fotografia?
Un museo della fotografia non è solo l’occasione per guardare
delle vecchie immagini o dei vecchi strumenti fotografici:
fondamentalmente è l’opportunità, offerta al visitatore, di rendersi
consapevole di come la nostra esistenza, negli ultimi due secoli, sia
stata immaginata, rappresentata e documentata; di apprendere come, in
virtù di un’arte e di una tecnica che ci ha introdotti al cinema ed
alla televisione, il nostro modo di “vedere” sia diventato più
penetrante; di comprendere il nostro posto nell’universo degli
accadimenti in maniera più aderente al vero, più vicina alla realtà.
Anzi, è la realtà stessa che, sottomessa al nostro desiderio ed al
dominio delle regole scientifiche, lascia di sé una traccia,
un’impronta, un indizio, un’orma. Il
Museo si propone di spiegare tutto ciò e di rendere evidente come
questa “fatale invenzione” sia stata consustanziale con la necessità
di conservare ciò che va scomparendo, di riportare nel presente ciò
che stava nel passato. Riteniamo
che questi concetti siano importanti per capire l’utilità di
un’istituzione che si propone di suggerire e stimolare un modo nuovo e
sempre diverso di guardare attorno a noi e dentro di noi. Ad esempio: il
paesaggio è stato sempre uguale? ed il nostro modo di percepirlo? il
ritratto di nostro nonno quanto dista da quello della nostra carta
identità? è una distanza estetica, tecnica o c’è qualcosa
d’altro? In
verità tutto ciò che conosciamo del reale lo abbiamo percepito
fedelmente grazie ad una fotografia. Il Louvre che non abbiamo visitato,
il volto del nostro pianeta che solo gli astronauti hanno visto, il
fondo delle nostre viscere, ci sono stati rivelati e rappresentati dalla
banale fotografia che di tutto si è “intrigata”. Il
volto di uno sconosciuto come quello dell’attore famoso, il dramma di
un terremoto come l’armonia di un’architettura, nel Museo, ci sono
restituiti fotograficamente per suscitare domande, per proporre un
dialogo.
E’ scopo di questo Museo diventare occasione d’incontro per
questo dialogo con il visitatore, per domandargli cosa conosce della
storia di quella macchinetta, sempre più intelligente, che, magari,
porta appesa al suo collo. E’ scopo di questo Museo far leggere le
immagini ai più giovani, a quei bambini e ragazzi che ne subiscono il
peso e, per mancanza di informazioni, non ne percepiscono la bellezza.
Abbiamo, pertanto, chiesto ai collezionisti ed ai fotografi,
professionisti o fotoamatori, di mettere insieme forze e risorse e
tentare di realizzare in Sicilia il primo Museo della Fotografia, da
affiancare agli specializzati centri d’archiviazione e di custodia,
con l’intento di offrire alla cittadinanza ed ai visitatori un
ulteriore mezzo di formazione culturale.
Abbiamo, così, messo assieme testimonianze e reperti dei
pionieri della fotografia: saranno, infatti, ospitati presso il Museo
esempi di dagherrrotipi, di calotipie, d’ambrotipi, di carte salate,
di cianotipie, di stampe al collodio, d’albumine, anche colorate, d’autocromie,
di megaletoscopie, di stereoscopie, fino alle più recenti stampe al
bromuro d’argento. Abbiamo
scelto le stampe, oltre che in funzione storica, didascalica ed
illustrativa, anche in funzione del loro pregio artistico e del valore
dell’autore: in Museo saranno presenti opere di Marville, Righi, Naya,
Beato, Firth, Anderson, Chaufforier, Philipot, Brogi, Alinari, Rubelin,
Sebah, Bonfils, Zanghaki, Scowen, Rive, Sommer, Nadar, MacPherson, D’Alessandri,
von Gloeden, Lennert und Landrock. Questi autori riflettono
prevalentemente la fotografia dell’ottocento. Particolare
attenzione è stata rivolta agli autori siciliani, ai vari Interguglielmi, Incorpora, a Tommaso Leone, Nicotra,
D’Agata, La Mantia, ed agli studi fotografici più noti di Sicilia che
operarorono a cavallo dei due secoli. Per
quanto riguarda la presenza dei contemporanei, il Museo - che si propone
anche come archivio delle migliori presenze fotografiche - dispone
nell’immediato di un’ampia rassegna di fotografi contemporanei,
tutti siciliani, e, per specifiche tematiche di qualificate presenze
nazionali (Giacomelli, Carli, Chiaramonte, etc.) Le oltre
duecentocinquanta immagini ospitate, prescindendo del loro pregio
artistico e storico (sono presenti in Museo pezzi di valore
indiscutibile come Fenton,
Guerra di Crimea, o Antonio Bragaglia, Ritratto d’Aleramo), sono
ulteriormente valorizzate dal percorso museale predisposto per tracciare
non solo una storia della fotografia ma anche i temi dalla medesima più
frequentati: il paesaggio, il ritratto, il viaggio, il fotogiornalismo,
la ricerca scientifica, quell’artistica e quella di documentazione. La
visione del materiale esposto
è opportunamente facilitata e resa accessibile dai pannelli che
contestualizzano la proposta che viene dalle pareti con il periodo ed il
luogo in cui le opere furono create. Inoltre,
insieme alle immagini, sono
esposte macchine, strumenti fotografci e formati di fotografie
assolutamente da conoscere per comprendere l’evoluzione tecnica dello
strumento fotografico. Un
impresa A.N.A.F. di cui tutti i soci possono andare orgogliosi. Un
lavoro faticoso che ha permesso alla Galleria Ghirri, guidata
dall’ottimo Sebastiano Favitta, di esprimere, una volta ancora, le
proprie capacità organizzative. Un lavoro che ha trovato in Antonio
Giuffrida e in Pippo Pappalardo gli intelletti attrezzati per esprimere
e spiegare la qualità
artistica e scientifica della proposta. Ringraziamo
la Provincia Regionale di Catania – in particolar modo il dott.
Attilio Bruno, profondo conoscitore e promotore della
cultura dei musei ed amico dei fotografi e della fotografia -,
l’Azienda Provinciale del Turismo di Catania nella persona del dott.
Cavallaro e gli amici conosciuti e apprezzati nel tempo
dell’allestimento Giovani Carabalone e Franz Riccobono per la preziosa
opera di rinvenimento delle opere opportune e necessarie per qualificare
il Museo.
Giacomo Adamo * * * Tra
arte e tecnica: il Museo della Fotografia Storica e Contemporanea Nel
presentare il Museo della Fotografia Storica e Contemporanea di
Caltagirone abbiamo la sensazione di addentrarci nel campo ambiguo delle
figure retoriche. Non è,
forse, la fotografia, essa stessa, un “museo”? non è proprio la
fotografia quell’arte e quella materia che raccoglie testi, tracce,
indizi e movimenti per poi farne memoria, testimonianza e
rappresentazione? E
nella medesima parola “museion”, nella sua profonda radice, non
sussiste quell’etimo che rivela appunto il significato di
“impronta” e di “orma”? che ricollega il museo alla fotografia
ed al suo dato ontologico? Siamo,
allora, di fronte ad un Museo di musei? Tante
cose, invero, è la fotografia, una fotografia. E tante cose,
conseguentemente, può essere un Museo della fotografia. Qui
ci limitiamo ad indicarne alcune. Fondamentalmente quelle che la
Provincia Regionale di Catania, l’Azienda Provinciale per il Turismo
di Catania, l’A.N.A.F. (Associazione Nazionale Arti Fotografiche), la
Galleria Fotografica “Luigi Ghirri” di Caltagirone, hanno voluto
sottolinearci: non una sequenza di fatti e d’eventi spiegati
attraverso la fotografia ma dei percorsi museali voluti e mirati per
spiegare cos’è la fotografia. Non
riporteremo, in questa sede, il lungo elenco dei nomi dei fotografi
citati ed esposti: Nadar c’è, von Gloeden e Giacomelli pure. Vi
preannunciamo solamente che sono tanti e tutti illustri. Tanto illustri
che non utilizzeremo la loro meritata fama per non sembrare degli
acchiappaturisti. Tre
gli snodi visivi del percorso progettato e proposto: -
il primo c’introduce alla
fotografia come “invenzione fatale”, eternamente attesa
dall’umanità, per poi farci accedere alla conoscenza della felice,
ancorché bizzarra, evoluzione del mezzo e dell’arte; in questa parte
del Museo si può prendere visione delle prime tecniche di fissaggio
dell’immagine latente proiettata dentro una camera oscura;
dagherrotipi, ambrotipi, ferrotipi, carte salate, collotipie, cianotipie,
albumine, fotoincisioni, autocromie non appariranno più dei nomi strani
ma concrete definizioni di tecniche di stampa, progenitrici di
quell’immagine, il nostro volto, incollata sulla carta d’identità;
a questa rassegna tipologica segue l’esposizione dell’uso del mezzo
fotografico, ovvero quelle specifiche applicazioni che muovono dalla
ricognizione del patrimonio culturale, etnografico e naturale e passano,
poi, attraverso specifici percorsi, all’uso del mezzo come rivelazione
e testimonianza dello sviluppo economico e sociale del mondo
occidentale;
Pippo Pappalardo
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